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Figli del fuoco: il miracolo di Re Ratchis nel romanzo “La vendetta del longobardo” di Marco Salvador

La vicenda di Re Ratchis, il miracolo che lo porta a fondare l’abbazia intorno alla quale nascerà e si svilupperà il castello di Abbadia San Salvatore, è una leggenda orale che si è tramandata nel tempo, di bocca in bocca, di voce in voce e delle tante storie, novelle e miti che caratterizzano l’evoluzione di questa comunità amiatina è certamente quella più antica.

Nello scrivere il suo romanzo “La vendetta del longobardo”, secondo episodio di una saga composta da tre libri (“Il longobardo”, “La vendetta del longobardo” e “L’ultimo longobardo”. Tutti e tre editi Piemme), lo scrittore Marco Salvador ha sapientemente e con maestria messo per iscritto un racconto di quello straordinario episodio, restituendo un’immagine eccezionale e un’interpretazione romanzesca di quel piccolo prodigio che spinse il re longobardo a voler edificare la sua chiesa.

L’abilità di Salvador risiede nel fatto di aver legato assieme, come un abile sarto, la leggenda alla realtà storica, rievocando personaggi e vicende reali che la storia ha conservato fino ai giorni nostri, unendoli in un intreccio narrativo perfettamente congegnato, dove storia e mito si fondono a regalare un’immagine magnifica.

Così accanto alla leggenda di Ratchis appare Erfo, il nobile friulano longobardo che edificò l’Abbazia di San Salvatore al Monte Amiata nell’VIII secolo, centro di potere, di diffusione della cultura per l’intera Italia Centrale nel medioevo e strategico strumento di controllo sulla Via Francigena.

“[…] Non fu un viaggio complicato, anche se vestivo come un servo romano e per cavalcature avevamo due asini. Mentre trottavamo, Giovanni parlava di continuo. Con la sua voce bassa e profonda, mi raccontò di come re Rachtis un giorno avesse voluto salire sulla cima dell’Amiata e, giunto in un certo luogo a sette miglia dalla vetta, fosse stato colto da un irrefrenabile desiderio di sostare nei pressi di una sporgenza del monte. «Devi sapere che Rachtis allora non era un uomo pio. Anzi, preferiva le feste a palazzo e le caccie più delle funzioni. Nonostante sua moglie Tasia avesse appena partorito una bambina, spesso gozzovigliava con altre donne di pessimi costumi. Una volta, ubriaco, bestemmiò dicendo: “Io, questa faccenda di un Dio uno e trino proprio non la capisco e se non la capisco forse non è vera!”. Accadde nel maggio del 746 e dodici giorni dopo salì sul monte. Bene, giunto sulla sporgenza di cui dicevo, guardò giù e vide all’improvviso una luce argentea salire dalla terra, avvolgere un grande faggio e poi ridiscendere. Meravigliato, chiese a quelli del suo seguito di cosa si trattasse. Nessuno seppe dargli una spiegazione e proprio nell’attimo in cui stava per andarsene, il portento si ripeté altre due volte. Terra, albero, terra. Con lui c’era il cancelliere Pietro, che si era portato dietro una meridiana portatile per sapere quanto s’impiegava a salire e perciò quando si doveva scendere per evitare di trovarsi nei boschi con le tenebre. Pietro, dopo aver visto la luce argentea scendere per la terza volta, orientò la meridiana ed esclamò, pieno di sorpresa: “Sono passate tre ore da quando ci siamo fermati qui!”. “Come?” chiesero tutti con stupore perché pareva fossero passati solo pochi istanti. Allora Rachtis capì. Un’unica luce aveva fatto tre azioni su un unico albero per tre ore. “Uno e trino” gridò mettendosi in ginocchio. Per fartela breve, diede l’ordine di costruire una chiesa dedicata al Santissimo Salvatore esattamente dove stava il faggio e di usare il suo ceppo come base dell’altare. A farsi carico della faccenda fu il suo amico e consanguineo Erfo, ora abate.»”   

Tratto da: La vendetta del Longobardo, Marco Salvador, Piemme, Roma 2005.

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