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Cani Morti. Lo spettacolo teatrale arriva al Teatro Amiata

mercoledì 6 febbraio 2019, ore 21.30
CANI MORTI
di
Jon Fosse
adattamento e regia
Carmelo Alù
direzione artistica di produzione
Massimiliano Civica
con
Alessandra Bedino, Caterina Fornaciai,
Emanuele Linfatti, Domenico Macrì, Daniele Paoloni
foto di scena
Duccio Burberi
produzione Teatro Metastasio di Prato
durata: 1h
 
LO SPETTACOLO
Arù2In un piccolo villaggio sui fiordi vive una famiglia composta da un giovane, la madre e l’amato cane. Tutto scorre serenamente finché il cane scappa, scompare. Jon Fosse scrive un giallo, indagando la vita quotidiana di un nucleo familiare, come scrutandolo dalla finestra di una casa. E non importa se tutte le famiglie felici si somigliano, perché ogni famiglia infelice, invece, è disgraziata a modo suo.
Cani morti racconta quel momento in cui la vita si tende fino a spezzarsi, cambiando lo stato del presente da ordinario a straordinario.
 
 
NOTE DI REGIA

Capita raramente ma ogni tanto nei nostri ricordi vediamo apparire una band di ragazzi. Un gruppo di adolescenti pieni di energia e con una leggera dose di esibizionismo che con una chitarra, un basso, una batteria e un microfono diventano dentro qualche scuola delle vere rockstar. Questa però non è la storia di una band né tantomeno di una rockstar, neppure di quelle piccole da scuola superiore. A dire il vero non c’è proprio musica in questa storia, c’era sicuramente prima ma ora non più. Perché Il giovane uomo, così si chiama, ha venduto la chitarra. Niente più prove, niente più band, ha smesso. Nulla di strano però, capita che le passioni si spengano. È successo anche al suo vicino di casa a quanto pare. Anche lui prima suonava in una band e poi ha smesso. D’accordo, in questa storia non c’è musica, anzi c’è proprio silenzio. Perché? Prima di tutto perché a vivere insieme a Il giovane uomo c’è solo La madre, così si chiama, e lui con lei ci parla poco. E poi c’è silenzio perché il cane che di solito corre e gioca in quella casa è scomparso. È scappato. Per me, che tendo sempre a mettere al primo posto il lavoro degli attori, la scintilla con questo testo è scoccata per il fatto che non ha senso se non viene messo in scena.

Il tipo di scrittura frammentata, piccolissima, tutta a Arù1“mozzichi e bocconi”, prevede necessariamente gli attori che la agiscono e un “teatro nudo e crudo”. Sta poi all’immaginazione del pubblico fare il resto: non c’è scenografia ma, per assurdo, se ci sono cinquanta spettatori, ci sono cinquanta
scenografie diverse.
Tradurre significa sempre fare una scelta. Tradurre il teatro significa dare ai personaggi scritti una lingua nuova, dei nuovi modi di dire che si tradurranno a loro volta sulla scena in nuovi modi di fare. Tradurre Jon Fosse è stato un viaggio dentro le forme semplici del parlato. È bastato confrontare l’originale all’inglese e capire quale delle numerose possibilità della lingua italiana, così diverse dalle altre due, volessi usare. La sintassi disossata, le parole anemiche e dialoghi pieni di ripetizioni costruiscono figure teatrali che un attore deve poter vivere comodamente nel suo modo di esprimersi, con la sua lingua.
Ho cercato di fare questo con la traduzione d Cani morti, non mi sono addentrato in altre strade, ho lasciato che l’italiano trovasse il suo percorso dentro l’autore. Mi sono posto tante domande ma la risposta era sempre lì, nella semplicità inquieta con cui Fosse muove i suoi personaggi.
Carmelo Alù
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