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Roger, lo spettacolo con Emilio Solfrizzi al Teatro Amiata

FONDAZIONE TOSCANA SPETTACOLO onlus, COMUNE DI ABBADIA SAN SALVATORE, CINEMA TEATRO AMIATA. Lunedì 25 febbraio 2018, ore 21.30, Emilio Solfrizzi in ROGER, scritto e diretto da Umberto Marinoluci Giuseppe Filipponio, musiche di Paolo Vivaldi, regista assistente Maria Stella Taccone, consulenza tecnica Leonardo de Carmine, foto Federica Di Benedetto, produzione Argot Produzioni, distribuzione Parmaconcerti in collaborazione con Pierfrancesco Pisani.

Durata: 1h 15’

SINOSSI:

L’azione si svolge interamente su un campo da tennis e rappresenta un’immaginaria partita tra un generico numero due e l’inarrivabile numero uno del tennis di tutti i tempi, un campionissimo di nome Roger. Un monologo su un tennista che da anni deve affrontare Federer (ma anche, in qualche modo, Dio) senza riuscirvi. Nel corso del pezzo evoca la partita che dovrebbe disputare e che, forse, si è già disputata, ma che è finita, e non poteva che finire, con la sua sconfitta.

ROGER, QUELLA PARTITA IMPOSSIBILE TRA FEDERER-SOLFRIZZI E DIO

(Franco Cordelli, Corriere della Sera)

Che cos’è Roger? Chi è Roger? Prodotto dall’Argot di Roma Roger è una commedia di Umberto Marino. Erano anni che non vedevo un suo spettacolo, dai tempi di Italia-Germania 4 a 3 e volevamo essere gli U2. Ai miei occhi, dunque, un ritorno. In quanto al Roger del titolo chi altri potrebbe essere se non Federer, uno dei personaggi pubblici su cui gli scrittori hanno fantasticato di più in questi anni? Non so nulla di lui, ma credo di intuire che egli ha due tra i requisiti più illustri del nostro tempo, o due requisiti che in ogni tempo è difficile trovare insie-me, la bellezza e la grazia. La bellezza di Federer è anche eleganza, e la sua grazia è anche potenza: una combinazione fatale, che produce la gloria: e non è la gloria uno dei grandi argomenti di scrittura? La gloria può essere detestata, disprezzata, messa in croce; ma può essere, al contrario, oggetto di lode, anzi di laude. Se Roger è Dio, come dice il protagonista della commedia di Marino, perché non scrivere un inno in suo onore? Un inno, naturalmente, figlio del suo tempo: un inno indiretto, contorto, tormentato; un inno che trasuda invidia e rancore, disappunto e rassegnazione; il senso dell’inferiorità e l’amara constatazione di una sconfitta che sembra scritta dalla nascita. Non so quanto Marino stia davvero parlando dell’umano sentimento nei confronti del divino e quanto, piuttosto, del più modesto sentimento di un qualunque tennista “numero 2” di fronte all’ovvio “numero 1” del mondo. Penso che la parola Dio, che compare solo alla fine, sia niente più che una normale e corrente metafora: pure essa sembra scaturire dal profondo, da una percezione dell’irrimediabile — che va oltre il fatto di non riuscire a vincere quella partita che si sta per giocare con Roger, né, con lui, alcun’altra partita. Roger, nella commedia di Marino è davvero, almeno un poco, la divinità. A leggerla, la commedia, si percepisce la chiarezza di chi frequenti, come spettatore, o come giocatore, o ex giocatore, i campi da tennis: vi è in essa una geometria, vi è la nitidezza di chi sia abituato a calibrare un colpo, o di chi guarda con concentrazione assoluta le linee che delimitano lo spazio in cui ti muovi. Tutt’altro, vederla recitata. Il regista è l’autore; ma l’interprete, Emilio Solfrizzi, di questa geometria, di questa nitidezza, non vuole farsi ragione. Butta tutto all’aria, scende in campo allo sbaraglio, naturalmente sa, anche lui, che perderà, ma è pronto, il dio, a sfidarlo. Con quali armi se non quelle dell’umorismo, dell’ironia, dell’addio a ogni calcolo di opportunità? Nell’esibizione di Solfrizzi, il numero 2, che è lì ad attendere il dio che non verrà, che non lo degnerà neppure della discesa in campo e del confronto, nella sua esibizione c’è il cuore gettato oltre l’ostacolo. Oltre alla voce e alla perfida e sottile ingiuria, ci sono anche il corpo e il sudore, c’è addirittura lo sperpero, il consumo di sé.

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